FINAL FOUR 2007 - GEORGIA DOME, ATLANTA
L'augurio del Titolo non è una frase fatta: le
Final Four 2007 sono veramente uno spettacolo, di emozioni e di cultura sportiva molto prima che tecnico. Allora godiamocelo, perchè in ottanta minuti (minimo) di fuoco c'è tutta l'America del College Basket.
Si inizia poco dopo la mezzanotte italiana di sabato con Ohio State - Georgetown, si prosegue con UCLA - Florida. Le due sopravvissute si sfideranno per il Titolo NCAA nella notte tra lunedì e martedì.
PRIMA SEMIFINALE: OHIO STATE - GEORGETOWN
OHIO STATE
L’accesso alle Final Four dei
Buckeyes (occhi di cerbiatto) è passato attraverso miracolosi, rocamboleschi e romanzati finali di partita, dando a
Greg Oden l’opportunità di portare a casa il Titolo e con esso sbarcare tranquillo e soddisfatto nella NBA. Che il centro sia propenso o meno a restare all’università dipende molto dall’esito dell’evento di Atlanta. Coach
Thad Matta ha condotto Ohio State alla prima stagione da numero uno del proprio raggruppamento per la prima volta dal 1962. La squadra ha superato Central Connecticut State (78-57), Xavier (78-71), Tennessee (85-84) e Memphis (92-76).
Le chiavi del successo:
FREDDEZZA: Ohio State ha un’anima gagliarda e guerriera ben esposta durante questo Torneo NCAA. La vittoria contro Xavier (ex squadra di coach Matta) è giunta dopo aver raggiunto il supplementare con una bomba allo scadere della guardia
Ron Lewis (12.8 punti di media) dopo esser stata sotto di 11 punti. Contro Tennessee il disavanzo era addirittura di 17 punti, prima della rimonta firmata
Mike Conley jr. (6.1 assist). Se la gara fosse punto a punto nei momenti decisivi, i
Buckeyes hanno decisamente una marcia in più.
GREG ODEN: Il giovane centro di Ohio State è l’uomo chiave per ancorare la difesa e per rendere l’attacco più fluido e meglio spaziato. L’intimidazione e la presenza in area di Oden permette allo stesso tempo un aumento esponenziale dell’aggressività delle guardie nella difesa perimetrale. Ma è la qualità delle ricezioni profonde in attacco il crocevia delle ambizioni della squadra. Il duello con Roy Hibbert promette di essere lo scontro diretto più eccitante delle intere Final Four. Ma attenzione ai falli: la squadra con Oden in panchina è molto diversa da quella con Oden in campo.
MENTALITA’ VINCENTE: Ohio State è attualmente a quota 21 vittorie di fila: la striscia più lunga dell’intero Paese. La capacità di stare sempre con la testa dentro la gara, recuperando scarti preoccupanti e mantenendo un livello di concentrazione più che apprezzabile, è una caratteristica importante del gruppo guidato da Matta. Il gruppo è giovane ma molto talentuoso, il gioco solido e vincente, l’occasione ghiotta e afferrabile.
GEORGETOWN HOYAS
Gli
Hoyas sono il tipico esempio di una squadra che intrapreso un percorso di crescita in una stagione comunque di alte aspettative. Georgetown ha spezzato la resistenza di Belmont (80-55), Boston College (62-55), Vanderbilt (66-65) e
dulcis in fundo North Carolina (96-84). Un match, quest’ultimo, di grande personalità per una squadra che 22 anni dopo l’ultimo accesso alle Final Four ritrova il piacere di lottare per il Titolo.
Le chiavi del successo:
ESTERNI: la gioventù di un reparto esterni ricostruito rispetto allo scorso anno è cresciuto col tempo.
Jonathan Wallace si è scoperto leader freddo, di fatto trascinando la sua squadra all’atto finale grazie a quella tripla tanto difficile quanto decisiva per portare la gara al supplementare contro UNC. Il play-guardia
Jesse Sapp e l’ala tuttofare
Dajuan Summers (
freshman, 20 punti contro i
Tar Heels) sono altri due pilastri che danno la piacevole sensazione generale di una situazione in continuo progresso. Due gli scenari: il peso dell’ambiente schiaccerà e troncherà il processo, o il bello deve ancora venire…
ROY HIBBERT & JEFF GREEN: John Thompson III (figlio ed omonimo del coach che portò gli
Hoyas alla terra promessa nel 1984) utilizza come il padre un punto di riferimento in area come
Roy Hibbert, centro sottovalutato in attacco (12.7 punti in stagione) e solido a rimbalzo (11.5 al Torneo) e nell’intimidazione (6 stoppate contro UNC).
Jeff Green è un’ala produttiva e multidimensionale, capace di attaccare l’uomo in palleggio, dominare a rimbalzo e tirare da fuori, oltre a prendere le responsabilità più pesanti. La loro leadership è chiara, e sulla loro continuità – migliorata nel corso della stagione – si può contare.
PRINCETON OFFENSE: La contemporanea velocità ed efficacia nell’esecuzione dei tagli in
backdoor è la chiave principale dell’attacco di Georgetown. Contro UNC specie nel primo tempo la tattica è stata devastante, creando canestri facili in appoggio e facendo saltare i punti di riferimento agli avversari. Sorprendere una difesa che ha in un centro mobile e stoppatore come Oden il suo perno sarà difficile, ma questo potrebbe creare situazioni di avvicinamento a canestro che potrebbe sfociare in qualche fallo da far spendere.
SECONDA SEMIFINALE: UCLA - FLORIDA
UCLA BRUINS
I
Bruins sbarcano alle Final Four per la seconda volta consecutiva. L’anno scorso furono travolti in Finale (57-73) proprio da Florida, viceversa avversaria in semifinale in questa edizione. Era dal 1976 – ai tempi dei sette titoli in dieci anni sotto coach
John Wooden – che UCLA non approdava tra le magnifiche quattro in due stagioni consecutive. Dopo aver battuto una dopo l’altra Weber State (70-42), Indiana (54-49), Pittsburgh (64-55) e Kansas (68-55), si può tranquillamente dire che la squadra di
Ben Howland ha disputato un Torneo di alto livello, spazzando la tremenda concorrenza in un cammino sicuramente difficile e tortuoso, peraltro brillantemente superato.
Le chiavi del successo:
DIFESA: Il punto di forza di UCLA è la difesa: 50,25 punti di media concessi sono un biglietto da visita spaventoso. Ma ora davanti si staglia l’ostacolo più difficile, ovvero il talento del quintetto dei
Gators. La chiave della fase difensiva per i
Bruins sta nella pressione sugli esterni, la solidità in area (
Lorenzo Mata e
Luc M’Bah a Moute forniscono presenza intimidatoria ed atletismo) e la velocità di mani di
Darren Collison, play rapidissimo che propizia recuperi e costringe i diretti avversari a rallentarne i ritmi e diminuirne la qualità delle decisioni (Kansas è stata costretta al 41% dal campo).
AFFLALO: Il leader offensivo di UCLA (16.7 punti a gara) è sicuramente uno strumento fondamentale per rendere la squadra micidiale. Ma purtroppo non sempre è stato così: è ancora ben impressa infatti la mediocre gara giocata al primo turno del Torneo della PAC-10, quando California passò trionfante sopra la carcassa di un Afflalo mai così negativo (tre falli precoci e 1/7 al tiro). Poggiando su una difesa del genere, se la guardia è in giornata – il che rende l’attacco più che accettabile (da oltre 70 punti di media) –, UCLA può puntare alla Finale.
RIVINCITA: Il desiderio di rivincita potrebbe dare una spinta decisiva in più a UCLA. “
L’anno scorso fu orribile” dice Afflalo. “
Quest’anno vorrei fosse diverso, è chiaro che vogliamo battere Florida, ma allo stesso non dovremo affrontare la gara in maniera troppo emotiva”. E la chiave è proprio questa: aggredire i rivali sul piano dell’esuberanza, ma senza esagerare, mantenendo un certo equilibrio emotivo potenzialmente devastante, specie se l’attacco gira come contro Kansas (oltre il 50% dal campo).
FLORIDA GATORS
Il successo dei
Gators poggia soprattutto su una semplice constatazione: il quintetto base che trionfò l’anno scorso è lo stesso di quest’anno: C’è più esperienza, più sagacia, forse meno motivazioni da
underdog (sfavorita), ma il secondo trionfo in due anni è obiettivamente a portata di mano. L’ultima squadra che riuscì nell’impresa di bissare il Titolo un anno dopo fu Duke nel 1992. Il cammino è stato un climax ascendente, l’ideale in competizioni di questo tipo: a parte la passeggiata su Weber State (112-69), la squadra di
Billy Donovan ha eliminato Purdue (74-67), Butler (65-57), e Oregon (85-77), conformando il rendimento al livello delle avversarie e giocando spesso con le marce, diabolico metodo per amministrare le energie.
Le chiavi del successo:
ATTACCO: Florida è la squadra più produttiva delle quattro finaliste. I suoi 80.1 punti segnati di media la collocano al 10° posto nell’intera NCAA. Ma la differenza la fa il bilanciamento del proprio attacco: il miglior realizzatore è
Taurean Green con poco più di 13 punti a gara, al quinto posto c’è
Lee Humphries a 10.1). I
Gators sono inoltre esemplari nell’alternare gioco interno (grazie alla potenza di
Al Horford e alla grinta e al talento di
Joakim Noah) ed esterno (
Corey Brewer, Green e Humphries sono bombe ad orologeria e il terzo tira con oltre il 58% da tre in questo Torneo NCAA).
AL HORFORD: L’uomo chiave è lui, perché potenzialmente è immarcabile.
Al Horford si integra molto bene col compagno di reparto Noah, prediligendo il gioco interno e i movimenti spalle a canestro, oltre che una solidità difensiva generalmente maggiore. Entrambi sono molto attivi a rimbalzo (9.3 Horford, 8.4 Noah), contribuendo a rendere Florida particolarmente superiore agli avversari sotto canestro (quasi 4 le stoppate di media in coppia).
ESECUZIONE: Nella striscia di febbraio da tre sconfitte in quattro gare è emerso qualche problema di esecuzione soprattutto nei momenti caldi della partita. Noah poco coinvolto, i tiratori sul perimetro intestarditi e quindi più facilmente contenibili, la sensazione di battibilità data anche da una difesa tutt’altro che solida. Momenti cancellati in seguito, ma non si sa mai: evitare questo tipo di cali di tensione è un comandamento.
Jacopo Burati
(Basketnet.it)